Visualizzazione post con etichetta altra informazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta altra informazione. Mostra tutti i post

venerdì 14 novembre 2008

Un altro decreto contro le donne

L'assemblea romana di femministe e lesbiche si unisce alla lotta dei comitati, reti di scuole, madri, insegnanti e quante operano nel settore scolastico, contro i recenti provvedimenti legislativi che minacciano la qualità dell'istruzione pubblica in Italia.

Tali provvedimenti si inseriscono nel quadro di uno smantellamento globale dei servizi pubblici e di quei diritti che sono frutto di lotte portate avanti da uomini e da donne che hanno creduto che una scuola aperta a tutti e a tutte, sia la premessa per una vera crescita.

Oggi il Decreto Gelmini, insieme agli altri provvedimenti approvati, tra cui la Finanziaria di Tremonti, ripropongono una scuola "monolitica", sanzionatoria, chiusa di fronte alle differenze e incapace di coglierne il valore.

Inoltre, l'approvazione della mozione del leghista Cota, con cui vengono istituite le classi di inserimento, ci riporta ad un periodo in cui prevaleva nella scuola il criterio della separazione, rispetto a quello del confronto costruttivo.

I tagli che oggi investono il settore scolastico sono segno della scarsa considerazione data all'educazione in Italia. In una società sempre più complessa, la scuola necessita di risorse umane e finanziarie, per cogliere le nuove esigenze e poter dare risposte adeguate. Oltre a non tenere conto di ciò, la riduzione dei finanziamenti lascerà senza lavoro migliaia di donne, in un paese dove l'occupazione femminile è tra le più basse d'Europa e dove le sono ancora fortemente discriminate negli ambienti di lavoro.

Il decreto Gelmini, avrà pesanti ricadute sulla vita di noi donne che, in quanto madri, e/o insegnanti subiremo un peggioramento della nostra qualità di vita e, ancora una volta, una forte limitazione della nostra libertà di scelta.

La riduzione del tempo scuola da 40 a 24 ore settimanali, costringerà molte famiglie ad assumere una babysitter e chi non potrà permetterselo a rinunciare al proprio lavoro. Molte di queste saranno donne, per una tendenza che ancora, nonostante le conquiste fatte, vede il lavoro svolto fuori casa delle donne meno importante di quello degli uomini.

Ricordiamo che essere dipendenti economicamente significa ancora oggi per molte donne essere obbligate a restare in situazioni di violenza.

La riduzione dell'orario nella scuola elementare si inserisce inoltre in un contesto di insufficienza clamorosa dei servizi per l'infanzia, per esempio degli asili nido.

Il decreto propone inoltre di ritornare ad avere in classe un insegnate unica ignorando il valore della pluralità di pensiero, delle esperienze di vita, delle relazioni che la scuola dovrebbe promuovere.

Per noi pluralità significa crescita, confronto, incontro: la scuola non può rinunciare a questa opportunità, ma deve al contrario valorizzarla.

Nel progetto di una scuola meno democratica, meno aperta, meno competente delineato dai nuovi decreti di questa presunta riforma, si inserisce l'assenza di ogni riferimento al valore della laicità. Al contrario l'insegnante di religione è l'unica specialista che rimane nella scuola in questo clima di tagli finanziari che colpiscono anche le "insegnanti di sostegno".

Il valore della laicità nell'istruzione del resto risulta già minato dall'insufficienza dei servizi scolastici, specie da zero a sei anni, che spinge molte famiglie a rivolgersi a scuole private, spesso confessionali.

La violenza contro le donne ha molte facce. Quella istituzionale è una di queste.

DICIAMO NO A QUESTO DECRETO CHE LIMITA IL DIRITTO DELLE DONNE DI SCEGLIERE

DICIAMO NO A UN DECRETO CHE IMPOVERISCE LA SCUOLA

DICIAMO NO A QUESTA FORMA DI VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI SULLA VITA DELLE DONNE

MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE

Sabato 22 novembre 2008 ore 14

P.zza della Repubblica Roma

ASSEMBLEA ROMANA DI FEMMINISTE E LESBICHE flat.noblogs.org

Sabato 22 novembre ore 14 Piazza della Repubblica

martedì 21 ottobre 2008

Un altro decreto contro le donne

Il decreto Gelmini non risponde ad esigenze didattiche, ma alla scelta di privatizzare i servizi, di dare spazio alle scuole confessionali, di non investire nella cultura e nella formazione dei più giovani:
ANCORA UNA VOLTA SONO LE DONNE A PAGARE IL PREZZO PIÙ ALTO.
Nella già totale assenza di servizi pubblici per l’infanzia e di insufficienza clamorosa di asili nido, la riduzione dell’orario nella scuola elementare da 40 a 24 ore settimanali penalizza le donne, attaccandole su tutti i fronti:

-COME MADRI LAVORATRICI perché impone loro di pagare una babysitter o dei servizi alternativi privati, mentre impone alle tante donne che non possono permetterselo di tornare rinchiuse tra le mura domestiche

-COME INSEGNANTI, COLLABORATRICI, OPERATRICI che rischiano di essere tagliate fuori da un mercato del lavoro che già in Italia conta una percentuale bassissima di donne e che le vede sottopagate, impiegate in lavoro precari, sfruttate, vittime di discriminazione.

Non dimentichiamo che perdere il lavoro significa DIPENDENZA ECONOMICA, che è una tra le principali cause che costringono una donna a restare fisicamente e psicologicamente in situazioni di VIOLENZA.
Il governo propone la “novità” della maestra unica che, oltre a determinare un aggravio per le lavoratrici della scuola ed uno scadimento qualitativo del servizio, significa “PENSIERO UNICO”, ovvero la perdita della pluralità di visioni e di esperienze che per noi significa crescita.

DICIAMO NO A QUESTO DECRETO CHE LIMITA IL DIRITTO DELLE DONNE DI SCEGLIERE

DICIAMO NO A UN DECRETO CHE IMPOVERISCE LA SCUOLA

DICIAMO NO A QUESTA FORMA DI VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI SULLA VITA DELLE DONNE


ASSEMBLEA ROMANA DI FEMMINISTE E LESBICHE
flat.noblogs.org

lunedì 13 ottobre 2008

Bagnoli. Le donne raccontano la fabbrica

Da stasera, 13 ottobre 2008 alle 23.30 su Radio3 Rai
un programma in 10 puntate di Renata Pepicelli
a cura di Fabiana Carobolante
regia di Daria Corrias

Dieci puntate in cui un gruppo di donne, ex impiegate e mogli di ex dipendenti, racconta la storia di una delle più grandi fabbriche siderurgiche d'Italia: l'Ilva Italsider di Bagnoli, o' cantiere, come lo chiamava la gente del posto.
Una narrazione corale al femminile che ripercorre gli anni della guerra, del boom economico, delle lotte politiche, della crisi che ha portato alla chiusura dello stabilimento.
La vicenda dell'Ilva Italsider di Napoli, cominciata nel 1904 con una legge per lo sviluppo economico della regione, e conclusasi nel 1992, è fatta anche delle storie di casalinghe e lavoratrici. Il primo ingresso delle donne in fabbrica avviene sul finire degli anni '30, quando un ristretto gruppo viene assunto per svolgere lavori di dattilografia e segreteria. Il numero delle impiegate cresce durante gli anni del boom economico, ma comunque non supererà mai le 250 unità. Le operaie invece sono state invece poche, e presenti solo per brevi periodi. Vedove di operai, morti in guerra, che venivano risarcite della perdita con un posto da bobinatrice, da cuoca alla mensa o da addetta alle pulizie.

Con la crisi e la ristrutturazione degli anni '80, le donne sono state le prime a tornare a casa, anche se un piccolo gruppo è rimasto fino alla chiusura dell'ultimo reparto, lottando, insieme a quelle donne che stavano fuori dai cancelli dello stabilimento, contro la dismissione della fabbrica e dei suoi sogni.

mercoledì 24 settembre 2008

Comunicato sul pacchetto sicurezza

NÉ SGOMBERI NÉ ESPULSIONI IN NOSTRO NOME!

Il gruppo donne del C.S.O.A ex Snia Viscosa si oppone con forza all’introduzione delle misure di sicurezza e di emergenza e alla campagna mediatica feroce e razzista che si è prodotta in seguito allo stupro e all’uccisione di Giovanna Reggiani.

Riteniamo che tali risposte non fanno altro che distogliere lo sguardo dall’avvenimento reale, la violenza su una donna. Avvenimento che viene strumentalizzato ai fini di una giustificazione e alimentazione della diffusa intolleranza nei confronti delle comunità immigrate.

Rifiutiamo la soluzione che al problema è stata data al livello governativo con sgomberi repentini e decreti che intensificano le misure di espulsione.

Esprimiamo il nostro sdegno per i raid razzisti e sanguinari che vengono perpetrati contro gli immigrati da parte di squadracce fasciste, come è successo, ad esempio, qualche giorno fa a Tor Bella Monaca o a Monterotondo.

Come donne, sottolineando fortemente la gravità di un episodio come quello della violenta morte di Giovanna Reggiani, ribadiamo che:

la violenza sulle donne NON HA CONFINI: DI PROVENIENZA GEOGRAFICA, DI CLASSE, DI RELIGIONE

la maggior parte delle violenze contro le donne AVVIENE IN FAMIGLIA O NELLA COMUNITÀ DI AMICI: i primi nemici per la donna sono, nella maggior parte dei casi, il marito, il fidanzato, il compagno, il padre, il fratello, l’amico, non l’estraneo che si incontra per strada (dati ISTAT 2006)

vogliamo essere libere di camminare per strada e di prendere un autobus, anche di notte, senza correre il rischio di essere continuamente sottoposte a sguardi offensivi, commenti pesanti, insulti ed aggressioni, le quali sono conseguenze di una concezione maschilista e patriarcale delle donne che domina ancora in tutte le culture, a partire dalla nostra.

Respingiamo dunque il pacchetto di sicurezza Amato che strumentalizza i corpi delle donne per ridurre le contraddizioni sociali a un problema di ordine pubblico. Lo ripetiamo, non è solo l’estraneo che si incontra per strada, né tanto meno l’immigrato, come il nostro governo vorrebbe farci credere, il vero protagonista della maggior parte delle violenze che vengono perpetrate sui nostri corpi, ma colui che vive o si aggira, alternativamente amato e odiato, tra le pareti della nostra casa.

Questi dati, confermati ogni anno dalle statistiche ufficiali prodotte da tutti i luoghi a cui le donne si rivolgono in caso di violenza (gli ospedali, i servizi sociali, i centri antiviolenza, i commissariati di polizia…), non vengono mai evidenziati dai media, per i quali un attacco alla famiglia, così come ancora oggi è concepita e tutelata dalla Chiesa, non è neanche immaginabile.

Per gli stessi motivi riteniamo insufficiente il decreto di legge Pollastrini che affronta il problema attraverso un semplice inasprimento delle pene. Tale decreto, intervenendo solo dopo che le violenze sono già avvenute nella loro massima gravità, non conduce a nessun tipo di risultati reali. Non si preoccupa di far attuare misure cautelative (che impongono, per esempio, l’allontanamento dell’uomo violento dalla casa). Non programma strategie di prevenzione e azioni di trasformazione culturale. Non definisce risorse e strumenti per un adeguato reinserimento sociale delle donne che decidono di lasciare il marito, portandosi nella maggior parte dei casi i figli con sé. Non prevede finanziamenti per corsi di formazione e professionali, aiuti per l’affitto, sovvenzioni per l’asilo o le spese scolastiche dei figli, rivolti alle donne che hanno subito violenze. Misure in gran parte presenti nella “Legge integrale contro la violenza di genere” spagnola, costruita in collaborazione con il movimento femminista . Misure che vorremmo fossero comprese anche nella legge italiana.

La violenza contro le donne non è un problema di ordine pubblico e non si affronta con misure repressive e coercitive. È un problema culturale che attiene al modo in cui le relazioni tra uomini e donne si strutturano e si autorappresentano nella società.

Servono una battaglia culturale profonda e azioni a lungo termine volti al cambiamento dei rapporti tra i sessi e all’annullamento della mentalità patriarcale e sessista ancora fortemente dominante.

Respingiamo infine con sdegno l’ignobile appello delle forze politiche e dei gruppi di destra, che fanno appello alla salvaguardia dei corpi delle donne italiane con espressioni del tipo “giù le mani dalle NOSTRE donne”. Ancora una volta, in consonanza con una piena concezione fascista della società, i corpi delle donne divengono il luogo attraverso cui si costruisce l’identità nazionale; le donne non sono considerate soggetti, individui, ma elementi biologici e strumenti di procreazione di una comunità più ampia. La violazione dei loro corpi diventa semplicemente una violazione dell’onore della nazione.

Noi donne diciamo che i nostri corpi non devono essere utilizzati per alcuna strumentalizzazione politica né per criminalizzazioni di stampo razzista.

Non vogliamo tutori e difensori. Non siamo soggetti deboli da proteggere. Non vogliamo essere pedine di una svolta conservatrice, che rischia di investire le relazioni tra i sessi e la società tutta.

Noi donne siamo solo nostre.

L’ALTRA METÀ DEL CIELO È IN TEMPESTA

Opuscolo informativo sulla violenza di genere

Cosa intendiamo per violenza contro le donne?

Intendiamo una particolare forma di oppressione verso il genere femminile, usata dagli uomini per mantenere invariata la loro posizione di potere, che ha come intento quello di relegare le donne nella condizione di “eterne subordinate”.

Diverse sono le forme in cui si esplicita: dall’eliminazione fisica alla nascosta violenza domestica, dalla violenza psicologica, che si presenta in forme meno visibili, allo stupro (occasionale o ripetuto), dagli stupri di guerra, ai ricatti economici in casa, sul posto di lavoro, etc.

L’ONU e l’U.E. la definiscono violenza di genere, cioè una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e di possesso da parte del genere maschile sul femminile.

Le macro-tipologie di violenza riconosciute sono: violenza fisica (maltrattamenti), sessuale (molestie, stupri, sfruttamento), economica (negazione dell’accesso alle risorse economiche della famiglia, anche se prodotte dalla donna), psicologica (violazione del sé), di coercizione o riduzione della libertà.

Da tali definizioni si può comprendere come la violenza attraversi in maniera pervasiva la vita di noi tutte, senza escludere alcuna!

In questo ultimo periodo i media si sono concentrati sulla denuncia di violenze sessuali da parte di violentatori giovanissimi che stuprano e minacciano le loro coetanee. Citiamo la recente notizia, che ci viene da Ancona, dove un gruppo di ragazzi ha ripetutamente violentato una giovane di tredicenne.

I media lanciano l’allarme, i rappresentanti della politica prendono posizione , ma una seria analisi del fenomeno ed una efficace proposta di intervento appaiono ancora lontane dal realizzarsi.

Il lavoro delle donne per la costruzione di una diversa cultura che dia voce al soggetto femminile,lo riconosca nella sua ricchezza e diversità, è ancora lungo e faticoso. Molte sono le resistenze ed i tentativi di cancellazione delle conquiste ottenute.

Nella giornata del 25 novembre si parla di violenza contro le donne. E' già qualcosa perchè di fatto non se ne parla molto. E' già qualcosa perchè per troppo tempo il silenzio sull'argomento o ha quasi minimizzato, ridotto di spessore mediatico e conseguentemente di importanza, come se non fosse né grave nè rilevante. I dati statistici bastano da soli per ridare il giusto spessore a quella che è una piaga, non solo mai sanata ma su cui pochissimi sono i tentativi di intervento, se si escludono le realtà dei Centri antiviolenza.

Una seria politica di intervento da parte delle istituzioni dovrebbe potenziare le risorse necessarie a coloro che per questo processo di trasformazione lavorano già da tempo. Un esempio ne sono i centri antiviolenza, messi in piedi agli inizi degli anni novanta in tutta Italia da gruppi di donne. Dare visibilità a questi spazi significa dare visibilità al problema che va affrontato con la prevenzione e con una giusta consapevolezza collettiva. I Centri antiviolenza, che agiscono soprattutto grazie alle forze delle volontarie, pur volendo occuparsi della prevenzione, di fatto non hanno le dovute risorse soprattutto economiche, in quanto non esiste una sufficiente attenzione delle istituzioni rispetto a questa piaga.

I dati sulla violenza contro le donne

Nonostante il fenomeno sia in gran parte sommerso, si scoprono dati allarmanti.

Prima del cancro, degli incidenti stradali e della guerra, ad uccidere le donne o a causarne l'invalidità permanente, è la violenza perpetrata dall'uomo.

Tale affermazione si evince da una dichiarazione di Mary Robinson, componente della Commissione Onu sulla violenza alla fine degli anni ‘90.

Le statistiche inerenti ai reati commessi negli stati membri della commissione europea parlano chiaro: in Europa la violenza rappresenta la prima causa di morte delle donne nella fascia di età tra i 16 e i 50 anni e nel nostro paese ogni tre morti violente, una riguarda donne uccise dal marito, convivente o fidanzato.

In Russia, in un anno, sono morte 13mila donne, il 75% delle quali uccise dal marito, solo a titolo di paragone 14000 russi sono morti durante la guerra contro l’Afganistan, nell’arco però di 10 anni.

Negli Stati Uniti e in Svezia si registrano dati sulla violenza femminile molto alti: negli Usa ogni quattro minuti una donna viene violentata e in Svezia, dove l'emancipazione femminile ha raggiunto i massimi livelli, ogni dieci giorni una donna viene uccisa.

L'ultima ricerca dell'Eures, relativa al 2004, dimostra che un omicidio su quattro in Italia avviene in famiglia, tra le mura domestiche. Il 70% delle vittime sono donne.

Le violenze sessuali sono un fenomeno ancora molto sommerso: solo il 32% delle donne che hanno subìto uno stupro negli ultimi 3 anni e solo l'1,3% di quelle che hanno subìto un tentato stupro, hanno sporto denuncia.

I dati, già di per sé agghiaccianti, risultano però piuttosto approssimativi. Rintracciare con certezza le proporzioni del fenomeno della violenza subita dalle donne non è ancora possibile per via della tendenza a non denunciare gli abusi.

In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza nei confronti delle donne, la Commissione permanente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha adottato, nel corso di una riunione a Bucarest nel novembre del 2005, la seguente dichiarazione:

“Migliaia di donne subiscono quotidianamente violenze fisiche, sessuali o psicologiche in Europa. Ogni giorno, una donna su cinque è vittima della violenza domestica nel nostro continente. Tale fenomeno interessa tutti gli stati membri del Consiglio d’Europa e tutte le categorie professionali. Troppe vittime, tuttavia, si chiudono nel silenzio e numerosi crimini restano impuniti.”

Per rendere ancora più palpabili le considerazioni appena fatte, ricordiamo che fino al 1981 il delitto d’onore era ancora presente nella nostra legislazione. Solo nel 1996 è entrata in vigore la legge contro la violenza sessuale, grazie all’instancabile impegno politico portato avanti dai gruppi di femministe, in diciotto anni di estenuanti trattative. Si è così finalmente riconosciuto che lo stupro è un reato contro la persona e non più contro un’astratta morale .

La violenza nel vissuto quotidiano delle donne

Il maschilismo è l’uso sistematico del potere degli uomini nei confronti delle donne. È un potere che si esplica in forme diversificate, autorevoli ed autoritarie e si perpetua nella quotidianità del vissuto femminile. Non è solo nello stupro o nell’assassinio il modo in cui avviene l’esercizio di dominio dell’uomo nei confronti delle donne (anche se queste sono le espressioni più violente) ma è anche nelle altre forme di potere della realtà di tutti i giorni, che passano attraverso la comunicazione, il ruolo dato alle bambine e alle donne poi nella famiglia, nella società, nella scuola e nel mondo del lavoro. Le parole, i silenzi, la gestualità, i sorrisi, le ammonizioni considerate “naturali ed innocue” usate nei confronti delle donne sono carichi di significati, materiali simbolici discriminanti, che definiscono il ruolo delle donne in termini di subordinazione nei confronti degli uomini. fino all’accettazione da parte delle donne della propria inferiorità fino a farle sentire responsabili delle violenze subite, e vergognarsi di denunciare gli abusi dentro e fuori le mura famigliari.

In linea generale storicamente le religioni hanno contribuito e determinato a radicalizzare l’ideologia maschilista. Nell’occidente l’immagine di dio è maschile. Stando al racconto biblico dio creò l’uomo a propria immagine e somiglianza, mentre la donna è frutto di un atto di creazione secondaria derivante da una costola dell’uomo e da un pugno di terra. Noi donne che creiamo siamo state così espropriate dall’atto di creazione della vita. Gli ebrei ancora oggi recitano ogni mattina una preghiera in cui alla fine ringraziano dio per non averli fatti nascere donne. Nel nuovo testamento si legge… “il marito è capo della propria moglie…le mogli si sottometteranno in tutto al proprio marito”.

Oggi nella nostra società il sesso determina lo status occupazionale di una persona, che è fortemente influenzato dall’istruzione. Le donne dagli anni Settanta in poi hanno avuto accesso alla scolarizzazione superiore ma ancora oggi si registra che per esse le scelte scolastiche secondarie e universitarie sono fortemente condizionate dal proprio sesso, che culturalmente vuole le donne relegate in ruoli subordinati ed escluse da compiti di responsabilità e di alta competenza.

Si crea un circolo vizioso di emarginazione, precarietà e disoccupazione femminile: non è un caso che nei confronti delle donne sono più facili i licenziamenti, il ritardo nell’assunzione, il declassamento nelle mansioni e nelle posizioni professionali; inoltre le donne continuano ad assumersi pienamente anche il lavoro dentro casa e la responsabilità della crescita dei figli.

Nella società i mass media attraverso la pubblicità legittimano il ruolo ideale e stereotipato delle donne come tentatrici – oggetto di desiderio maschile – o moglie e madre, donne comunque dipendenti dagli uomini, facendo credere loro che i propri talenti e interessi devono passare in secondo piano rispetto ai bisogni dei loro mariti, figli e amanti. Purtroppo non è solo la comunicazione di massa ad esercitare questo ruolo ma è nella quotidianità della comunicazione personale diretta che si sedimenta lo stereotipo riguardante l’identità sessuale.

Non è raro che anche nelle situazioni sociali e politiche più emancipate si registrano modalità e comunicazioni fortemente discriminatorie nei confronti delle donne. Il fatto che spesso gli uomini diano per scontato che le donne sono in qualche modo inferiori rende per loro impensabile, anche se non lo dichiarano, instaurare dei rapporti significativi, rispettosi ed egualitari con le donne; essi sono restii a perdere il proprio potere e rinunciare al loro status privilegiato. Pensare ad una società diversa significa affermare che le donne hanno delle caratteristiche diverse da quelle degli uomini. Il portare della cultura femminile è veramente rivoluzionario, in quanto significa l’affermazione del riconoscimento dell’uguaglianza nella diversità, di stili e modi di vita diversi ed alternativi, facendo venire meno le dinamiche del potere e della discriminazione.

La violenza domestica

La violenza domestica è la forma di violenza più diffusa nel mondo e rappresenta una violazione del diritto delle donne all’integrità fisica e psicologica. In questo contesto i maltrattatori sono uomini che appartengono alla cerchia dei famigliari, mariti, conviventi, fidanzati o ex, padri o fratelli, anche per i casi di violenza sessuale Si manifesta in varie forme: abusi fisici e psicologici, atti di violenza o tortura, stupro coniugale, incesto, privazioni economiche, matrimoni forzati o prematuri, crimini d’onore (quest’ultima forma si registra quando un uomo si sente leso nel suo “onore” dai comportamenti della propria moglie, figlia, sorella: comprende la tortura, lo sfregio permanente del viso con acido, l'omicidio: si registrano casi in numerosi paesi del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’America Latina, ma anche nei paesi dell’occidente). È una forma di violenza trasversale che si ritrova in tutte le società, culture, classi, sia nei paesi a capitalismo avanzato che negli altri.

Restringendo il discorso ai paesi che meglio conosciamo, cioè a quelli dell’occidente, europeo e non, notiamo come la violenza domestica continui a presentare cifre allarmanti, e questo nonostante un parziale cambiamento di mentalità attuatosi dal secondo dopoguerra a oggi, e tutta una serie di conquiste civili (divorzio, aborto, riforma del diritto di famiglia ecc) ottenute in seguito alle lotte del movimento femminista.

D’altra parte, se si considera il modo in cui è avvenuta tra donne la trasmissione di questi diritti conquistati, questo non dovrebbe stupirci: la maggior parte di essi sono infatti stati recepiti in maniera meccanica dalle donne negli anni successivi e continuano ad esserlo ancora oggi, senza che sia corrisposta una piena consapevolezza individuale.

La violenza domestica, così come quella che avviene fuori dalle pareti della casa, è il frutto di un intreccio di motivazioni culturali e sociali, nonché di elementi psicologici: abbiamo una società che prepara gli uomini a rivestire ruoli e funzioni di dominio e potere, e quindi incide su un sostrato di vulnerabilità psicologica di molti di questi uomini, i quali producono certi comportamenti sotto la spinta di quei modelli culturali e sociali.

La violenza domestica è una forma di violenza che generalmente non viene affatto considerata: infatti è difficile a livello sociale e individuale accettare che la famiglia o la coppia non siano quei luoghi pieni di amore, comprensione reciproca, armonia, con cui per secoli il nostro immaginario femminile è stato nutrito e allevato, per vincolare le nostre scelte di vita al modello famigliare e all’ideologia morale e religiosa, come oggi ancora avviene attraverso le informazioni e i modelli culturali trasmessi dai media; è difficile per la maggior parte delle donne (e degli uomini) riuscire ad accettare che la violenza si consumi all’interno delle coppie e delle famiglie comuni, che l’uomo violento non sia soltanto il bruto ubriaco, il maniaco, il perverso, o l’immigrato clandestino: preferiamo ritenerlo un fenomeno marginale, proprio di situazioni sociali ed economiche difficili, mentre invece, come si è gia detto, il fenomeno della violenza domestica è trasversale a tutte le classi sociali e a tutte le culture.

Solo dagli anni 70 attraverso le lotte del movimento femminista si è cominciato a riflettere sulla violenza domestica e sull’ impatto che essa aveva sulle donne, imponendola all’attenzione delle istituzioni come problema sociale, rendendola oggetto di riflessione politica e non più solo un fatto privato come era considerata fino ad allora. Ancora oggi i media, così solleciti quando si tratta di denunciare lo stupro avvenuto per strada, soprattutto se ad opera di un immigrato, l’altro da sé per eccellenza, solitamente tacciono sulle vicende e sulle incidenze della violenza domestica, e così tendono a veicolare l’idea che si tratti di un fenomeno residuale e minimale, mentre è un vero e proprio massacro perpetrato ai danni delle donne.

Esistono numerose ricerche, attuate sia negli U.S.A. che in molti paesi europei, dalle quali risultano percentuali altissime di violenze domestiche.

Dobbiamo considerare inoltre che i dati solitamente si riferiscono solo alle violenze fisiche che vengono denunciate, e non tengono conto dunque di tutti i casi sommersi, che sono la maggior parte: per esempio è molto difficile per una donna riconoscere quando il proprio compagno o il proprio marito agiscono con violenza su di lei imponendole, per esempio, un rapporto sessuale non desiderato, che però viene solitamente considerato come facente parte dei “doveri di coppia”;o ancora, solo in anni recenti stanno aumentando le segnalazioni delle violenze psicologiche, le quali, secondo i racconti stessi delle donne, sono quelle più devastanti e che lasciano maggiori danni nella psiche.

È bene evidenziare infatti che ogni violenza è prima di tutto psicologica, ed è lì che si deve intervenire se si vuole incidere sulle cifre enormi della violenza fisica domestica

Senza un’attenzione alle forme e ai modi della violenza psicologica, infatti, non si potrebbe spiegare come le donne ancora oggi abbiano così tante difficoltà a reagire ai partners violenti, ad uscire dalla relazione, addirittura a prendere consapevolezza di quello che sta loro accadendo.

Solitamente infatti le violenze fisiche arrivano alla fine di un processo lungo e devastante di violenze psicologiche, e queste ultime ne preparano il terreno, mentre invece un’immediata aggressione fisica verrebbe in molti casi riconosciuta dalla donna e creerebbe delle reazioni di difesa; consideriamo inoltre che non sempre gli uomini violenti hanno un comportamento costante che permette alle donne di riconoscerli come soggetti pericolosi, ma nella maggior parte dei casi alternano alle azioni violente lunghi momenti in cui sono compagni affettuosi e amorevoli.

Esistono delle relazioni in cui il partner può distruggere la compagna senza sferrare alcun colpo fisico, ma attraverso continue aggressioni verbali, intimidazioni oppure più sottilmente attraverso critiche continue, svalutazioni, dubbi sull’operato o sulle capacità intellettuali della donna, omissioni, deprivazioni economiche o controllo asfissiante sulle spese: sono strumenti occulti, ripetitivi e sottili che hanno come fine la demolizione e la sottomissione della soggettività femminile, la perdita da parte della donna della fiducia in se stessa. In molti casi poi le donne arrivano già con un portato di violenze psicologiche (e fisiche) maturato per esempio all’interno della loro famiglie d’origine, esperienza che le rende incapaci di pensare che possano esistere modi diversi di vivere la relazione di coppia o quella famigliare: per questo è importante tutelare il più possibile i bambini e le bambine da questo tipo di esperienze, poiché essi imparano dai genitori il modo di interagire con gli altri, e infatti spesso bambini e bambine maltrattati finiscono per riprodurre le stesse dinamiche di dominio e soggezione nelle loro future relazioni.

Ogni violenza è prima di tutto psicologica perché il fine dell’uomo violento che aggredisce la propria compagna non è semplicemente quello di farle un occhio nero: la sua finalità è il dominio, è instaurare un rapporto di potere in cui sia ben chiaro chi dei due è il padrone.

Purtroppo ancora oggi la violenza psicologica non è sufficientemente tutelata in sede legale (molto recenti e in fase di definizione sono le categorie giuridiche del mobbing per le molestie sui luoghi di lavoro) e ancora pochi sono gli studi su di essa. Ciò avviene per due motivi principali: il primo riguarda la valenza soggettiva di questo tipo di violenza, poiché la consapevolezza di quello che è inaccettabile varia da un’epoca all’altra, da una società all’altra, e anche da una donna all’altra, in quanto sono il portato della sua esperienza e della sua sensibilità; il secondo riguarda la difficoltà di individuarla, poiché finalità distruttive possono essere veicolate anche attraverso parole affettuose e spesso addirittura giustificate attraverso il sentimento d’amore.

È inoltre importante distinguere tra la semplice lite, in cui sotto il conflitto e lo scontro, anche veemente, sono presenti sia un’affermazione della propria personalità sia il riconoscimento dell’esistenza e dell’importanza di quella dell’altro, e la violenza, il cui fine è invece l’annichilimento dell’altro, nel caso specifico della donna.

La maggior parte delle ricerche e dei dati considerano ancora la coppia eterosessuale, ma cominciano a esservi studi che rivelano come analoghe dinamiche si rinvengano in molte coppie omosessuali.

È necessario dunque continuare a discutere e a combattere il sessismo che è ancora dominante in tutte le società e le culture del mondo, e che trova tra le pareti domestiche il terreno più frequente, più sicuro e più distruttivo di espressione.

La mercificazione del corpo femminile

Un maxi cartellone pubblicitario, che qualche anno addietro troneggiava sulle nostre strade, proponeva un primo piano di una bionda dal seno prosperoso accompagnato dalla scritta “non so cucinare, e allora?”, quasi a presentare la mercificazione del corpo femminile come alternativa “rivoluzionaria” all’abituale ruolo di “angelo del focolare” assegnato alla donna dalle nostre società inguaribilmente patriarcali.

Finalmente ecco una valida alternativa per la donna, ormai sempre più restia ad accettare il confino entro le mura domestiche: imbellettarsi ed infiocchettare il proprio corpo in modo da renderlo assai più invitante e succulento di una pietanza ben cucinata. Del resto i paragoni culinari sembrano riscuotere un notevole successo: la homepage di uno dei più noti siti internet (ovviamente non pornografico, ma di quelli adatti a tutti, anche ai minori) richiama l’attenzione sugli “stuzzicanti video” di ragazze che è possibile scaricare.

Non c’è che dire, il passaggio da cuoche a “stuzzichini” è davvero significativo nell’ evoluzione dell’immaginario collettivo sul genere femminile e fondamentale per l’ emancipazione della donna

Il corpo femminile è con insistenza proposto (dalla pubblicità, dai media) quale strumento di soddisfacimento del piacere sessuale maschile, viene svestito o vestito in funzione di una ragione sociale che guarda sempre all’esigenza dell’uomo come prioritaria. In questo senso l’imposizione di un abbigliamento atto a nascondere il corpo femminile o, al contrario, il costante invito a mostrarlo e ad ostentarne le forme sono ad essere due facce della stessa medaglia.

In entrambi i casi, infatti, la donna viene espropriata del proprio corpo, cessa di dominarlo, e si apre la porta alla legittimazione dello stupro: forte di una società modulata sui suoi bisogni anche in ambito sessuale, l’uomo è portato a concepire il corpo femminile come qualcosa che esiste per lui, che viene esibito o occultato per lui, per invogliarlo o disincentivarlo all’atto sessuale e dunque si sente in diritto di disporne a suo piacimento.

Il corpo della donna è “bene mobile” di cui padri e fratelli possono servirsi quale merce di scambio concedendo la propria figlia o sorella in sposa ad altri uomini che ne faranno lo strumento per il soddisfacimento di esigenze sessuali e riproduttive.

Se, dunque, le modalità attraverso cui la donna viene “istruita” ad offrirsi per la realizzazione sociale e sessuale maschile possono subire dei mutamenti (variando da un’educazione improntata sul vivere nascostamente e preservarsi per il futuro sposo, ad una esplicita professione di disponibilità sessuale) un punto resta fermo: la sessualità, i desideri, i bisogni della donna sono immancabilmente e assolutamente invisibili.

Violenza sulle donne in contesti di guerra

Se, in tempo di pace, la violenza sulla donna appare così frequente, ancora più diffusa risulta essere in situazioni di guerra, dove la popolazione femminile è esposta, al pari e maggiormente di altre categorie, a sopraffazioni e violenze.

La violenza sulla donna, e in particolar modo l’abuso sessuale, all’interno dei conflitti bellici, si pone non come un’azione occasionale ma come un’arma, una pratica usata intenzionalmente per indebolire forza e potere del nemico. Lo stupro, soddisfacendo gli animaleschi istinti di soldati brutali, è infatti causa di umiliazione, di sottomissione, di intimidazione, di terrore, oltre che espressione di disprezzo e di odio razziale. Altri casi di violenza, organizzata e pianificata, diversi nelle motivazioni ma uguali nelle conseguenze, sono quelli degli stupri “autorizzati” come premio per le truppe vincitrici di quella o quell’altra attività bellica specifica.

Fino a non molto tempo fa la violenza sulle donne veniva considerata con uno spiacevole ma inevitabile effetto dei conflitti bellici. La gravità di un fenomeno del genere non viene ancora percepita adeguatamente dal senso comune. Pensiamo alla tranquillità con cui si è sempre raccontato il “Ratto delle Sabine” (rapite e violentate al tempo di Romolo dai fondatori della città di Roma che non avevano donne da cui sarebbe potuta nascere la loro discendenza).

La maggior parte delle volte tali stupri, perpetrati in contesti colmi di brutalità, barbarie e sopraffazioni, rimangono sconosciuti all’opinione pubblica (anche in quanto spesso taciuti dagli atteggiamenti conniventi delle autorità).

Non dimentichiamo il rischio di queste donne abusate, spesso più volte e da più uomini, di contrarre pericolose malattie sessualmente trasmissibili.

In molti contesti, poi, la donna si ritrova ad essere ripudiata, allontanata da marito e parenti, in quanto violentata, madre di un figlio di una diversa etnia.

E, sempre più spesso, proprio questo risulta essere lo scopo dei soldati che mettono in atto tali stupri, ovvero quello di annientare la stirpe della popolazione nemica mettendone incinte le donne. Un obiettivo abietto e abnorme che si concretizza, ovviamente dopo uno, due decenni ma che, sin da subito, genera umiliazione e sconcerto psicologico.

Questo è quanto avvenne nel contesto della ex Jugoslavia durante la guerra civile che il paese visse, a partire dal 1992 e per tutti gli anni Novanta, (ricordato, tra l’altro, nel film “Il segreto di Esma” di Jasmila Zbanic Orso d'oro 2006). Lo stupro di massa che fu praticato, fu infatti messo in atto anche secondo uno scopo ben pianificato, ovvero quello di una pulizia etnica della popolazione bosniaca. All’interno di un contesto di violenze quale fu quello della guerra serbo-bosniaca, furono circa 20.000 le donne stuprate con lo scopo di far portare loro in grembo il figlio del nemico e farne così morire l’etnia. Ricordiamo ancora il terribile stupro di massa avvenuto nel maggio 1944, verso la conclusione della seconda guerra mondiale, proprio in Italia, in Ciociaria. Un contingente dell’esercito francese, sbarcato in Italia al fine di contribuire alla liberazione della nazione dalle truppe tedesche, commise brutali violenze sulla popolazione ciociara e violentò un enorme numero di ragazze e di donne. Le cifre non sono certe ma si parla di circa 3.000, 3.500 donne stuprate dai soldati alleati. Numero impressionante se si pensa al brevissimo periodo (12-27 maggio) e al limitato territorio in cui tali violenze furono perpetrate. Questo evento, così terribile, ha ricevuto una risonanza più che nei testi storici, nella letteratura e nella filmografia. Ci riferiamo, ovviamente, al romanzo di Alberto Moravia “La Ciociara” (1957) e l’omonimo film di Vittorio de Sica (1960).

Oggi lo stupro di guerra è considerato crimine contro l’umanità (per la prima volta nel febbraio 2001 dal Tribunale Internazionale per l’ex Jugoslavia). Ma i conflitti bellici non sono finiti e queste terrificanti azioni continuano ad essere proprie di ogni contesto di guerra. Pensiamo all’Afganistan, all’Iraq o a tutte le altre guerre ancora in corso. Ne abbiamo approfondito solo due a titolo di esempio, perché a noi più vicine o perché di dimensioni veramente drastiche. Ma non si pensi che queste rappresentino situazioni inconsuete o isolate. Dove c’è guerra c’è violenza e sopraffazione e, purtroppo, la donna è sempre la prima subirla con il proprio corpo.

Riappropriamoci del nostro corpo



Blitz pillola del giorno dopo 8 giugno 2006

Pillola del giorno dopo? “Prenda un treno e vada in Francia…”

Ieri notte, venerdì 9 giugno, ci siamo rivolte al pronto soccorso di dieci ospedali di Roma e provincia per chiedere la pillola del giorno dopo, come succede a tante donne ogni sera.

Eravamo circa trenta donne di varie realtà autorganizzate di Roma (l’Assemblea femminista di via dei Volsci 22, il Csoa ex Snia Viscosa, il Collettivo femminista La mela di Eva, il Collettivo delle Ribellule) e ci siamo mobilitate a partire dall’esperienza che una nostra compagna ha avuto quella sera stessa al pronto soccorso maternità dell’ospedale San Giovanni. Alla semplice richiesta di una pillola del giorno dopo, la medica di turno ha opposto la sua obiezione di coscienza. La successiva richiesta di un’attestazione scritta del motivo del rifiuto ha determinato un’attesa e una trafila di due ore in cui la nostra compagna ha subito domande invadenti ai limiti della vessazione come stato civile, livello d’istruzione, posizione lavorativa, oltre alla richiesta del suo documento d’identità e di quello della sua accompagnatrice. Il tutto mentre nella stessa stanza un’altra donna, sopraggiunta nel frattempo, probabilmente stava per partorire.

A questo punto siamo state in altri 9 ospedali di Roma e provincia. Al Sandro Pertini ce l’hanno data dopo circa 2 ora e mezza di attesa, senza fare particolari problemi ma consigliandoci di non rivolgerci a un pronto soccorso dove, ci hanno detto, molti medici sono obiettori di coscienza. Anche al pronto soccorso ginecologico del Policlinico Umberto I ce l’hanno data senza problemi, ma lì la settimana scorsa una nostra amica era stata invitata a ritornare al cambio turno. Anche al San Camillo è stata ottenuta facilmente ma in tutti gli altri ospedali di Roma le cose non sono andate così bene. All’ospedale San Giacomo non si è superata l’accettazione perché appena richiesta la ricetta è stata citata una fantomatica circolare regionale che vieterebbe la prescrizione del farmaco nel pronto soccorso. Al Nuovo Regina Margherita, passata dopo insistenze l’accettazione, il medico di turno si è rifiutato di prescrivere la pillola adducendo come motivazione l’obiezione di coscienza, facendo affermazioni al limite della molestia del tipo “per essere sicuro che ha avuto un rapporto dovrei farle un prelievo vaginale” e aggiungendo “qua c’è il Vaticano e ci sono delle regole”, “fanno il comodo loro e poi vengono qua”, “se in Francia la danno prenda un treno e ci vada”. Al Santo Spirito, che presto ospiterà una tecnologicissima “ruota” per i bambini abbandonati, il rifiuto di prescrivere la pillola è stato netto anche dopo l’offerta di firmare una liberatoria che sollevasse la medica dalla responsabilità per eventuali effetti collaterali.

Ai Castelli invece le cose sono andate un po’ meglio: nonostante i rifiuti iniziali la ricetta è stata ottenuta al San Giuseppe di Marino, al San Sabastiano di Frascati, al San Giuseppe di Albano, grazie a quella determinazione che non è stata sufficiente sul territorio romano. I problemi sono poi sopraggiunti alla farmacia di Marino, dove ci è stato risposto, come spesso accade, che non ce l’avevano.

Il nostro obiettivo era capire i margini di manovra di una donna che al primo rifiuto insiste mostrandosi cosciente e sicura di sé e dei suoi diritti. Il risultato è: non ci sono margini di manovra se davanti hai un medico che non te la vuole dare.

Abbiamo trovato dottori fantasma che si sono rifiutati di dirci il loro nome, nella quasi totalità degli ospedali non ci hanno neanche registrate, anche noi utenti fantasma. Soprattutto non hanno mai accettato di mettere per iscritto il loro rifiuto. Nel caso più eclatante a questa richiesta è seguito un tentativo di visita ginecologica farsa e un’identificazione minuziosa con l’evidente obiettivo di intimidire la donna che osa chiedere a testa alta.

Abbiamo trovato medici sicuri di sé, evidentemente con le spalle coperte, che possono fare il bello e il cattivo tempo, che possono ignorarti o darti risposte ai limiti del ridicolo, del terrorismo psicologico o della violenza e questo perché sei una donna che osa chiedere o peggio sei anche, o sembri, straniera… dove abbiamo trovato muri, questi muri erano invalicabili e non c’è stata coscienza di sé o dei propri diritti da far valere.

Questa situazione deve finire! La pillola del giorno dopo è un farmaco legale, i pronto soccorso ospedalieri sono un servizio pubblico, l’obiezione di coscienza generalizzata e senza alternative per la donna è una realtà inaccettabile e illegittima che sopravvive nelle maglie di un vuoto o di una confusione legislativa e grazie all’indifferenza o connivenza del resto del personale sanitario e ospedaliero, ovviamente con le dovute ma rare eccezioni.

Vogliamo che sia garantito l’accesso a un farmaco che in tanti paesi europei si può richiedere semplicemente in farmacia senza ricetta medica. Invitiamo tutte le donne a partecipare a questa mobilitazione su una tematica che investe sia i bisogni concreti, sia il piano culturale e simbolico poiché sperimentiamo ogni giorno la colpevolizzazione della sessualità delle donne, ancor più se slegata dalla riproduzione.

Noi continueremo ad autorganizzarci a partire dai nostri bisogni e desideri e troveremo le forme per prenderci ciò che ci spetta.

Assemblea femminista di via dei Volsci 22

Gruppo di donne del Csoa ex Snia Viscosa

Collettivo femminista La mela di Eva

Collettivo delle Ribellule

Articolo da "Il Paese delle donne"

DONNE DELLA SNIA

Hanno cominciato a vedersi per discutere del risultato deludente del referendum sulla legge 40. Poi sono arrivati gli attacchi ai consultori (a livello regionale prima, nazionale poi) ed alla legge 194 firmati Storace, così le riunioni per discutere di questi temi sono divenute per alcune donne del CSOA Ex-Snia Viscosa di Roma un appuntamento fisso.

Il gruppo è composto da una decina di donne, a cui inizialmente si univano alcune compagne di altre realtà della zona (laboratorio sociale occupato ed autogestito laTalpa e CSOA Strike), e lavora nei quartieri Prenestino e Pigneto.

L’obiettivo del lavoro sul territorio è quello di raccogliere informazioni sul consultorio (quello di piazza dei Condottieri è il referente) e sul modo in cui questo viene vissuto dalle donne del quartiere, nonché quello di fare attività di contro-informazione. A questo scopo è stato prodotto un questionario composto di tre parti: la prima propone alcune domande generiche (età, zona di appartenenza, etc..), la seconda intende indagare il grado di diffusione delle informazioni riguardanti l’esistenza dei consultori ed il tipo di servizi che questo offre, la terza parte riguarda l’esperienza personale della donna con il consultorio.

Il gruppo di donne dell’ex-Snia ha anche dato vita a numerose iniziative. Il 23 marzo, per iniziare, è stato organizzato un incontro per parlare del repartino del Policlinico Umberto I di Roma, occupato all’indomani dell’approvazione della legge 194/78 per garantirne l’applicazione: l’idea era quella di «riflettere e riparlare di un'esperienza che cercava di fare di un momento drammatico come quello dell'aborto un momento di partecipazione e solidarietà tra donne, nonché di riproporre un modo diverso di intendere il rapporto medico-paziente all'interno della struttura sanitaria» e di porre in continuità quell’esperienza dirompente di autodeterminazione ed autogestione con le odierne esperienze di lotta contro «la restaurazione clericale e maschilista su corpo e la mente delle donne». L’iniziativa, infatti, voleva anche affrontare la questione delle condizioni dei repartini in cui oggi si pratica l’IVG in merito alla libertà di scelta ed autodeterminazione delle donne.

Il 5 maggio, invece, il gruppo ha organizzato un pomeriggio di discussione sulla pillola del giorno dopo nell’isola pedonale del quartiere Pigneto. Ai/alle passanti è stato distribuito materiale contro-informativo sul farmaco ed una ginecologa ha risposto alle domande delle persone interessate, toccando anche la spinosa questione dell’obiezione di coscienza invocata spesso dai medici per non prescrivere il contraccettivo di emergenza. La scelta di dare vita all’iniziativa in piazza è motivata dalla volontà del gruppo di tornare a parlare di queste questioni in pubblico e di avvicinare persone che di questi temi non parlano e non sentono parlare.

In piazza, di nuovo nell’isola pedonale del Pigneto, si è svolta l’iniziativa del 15 giugno su pillola abortiva, aborto e obiezione di coscienza. Come per la pillola del giorno dopo è stato prodotto un opuscolo, distribuito ai/alle passanti. Una ginecologa ha discusso con la gente delle procedure per l’interruzione volontaria di gravidanza, della RU486 (e della battaglia che con alcuni medici stanno combattendo per ottenerne la sperimentazione) e del problema dell’obiezione di coscienza, che nel Lazio riguarda il 77% dei medici.

In previsione per il prossimo futuro c’è un nuovo incontro in piazza, questa volta sulle malattie sessualmente trasmissibili.

Il gruppo ha anche partecipato all’iniziativa del 9 giugno sulla pillola del giorno dopo andandola a richiedere in vari ospedali della capitale.

Dall'inchiesta alla controinchiesta


LA LEGGE 194 NON SI TOCCA


La determinazione delle piazze e la mobilitazione delle donne hanno confermato che non si possono snaturare le libertà conquistate! Ma l’ostilità del centro-destra alla nostra libertà non è finita: dopo l’archiviazione della relazione conclusiva DELL’INCHIESTA SULLA 194, che è stata una ripetizione del noto (i dati sono gli stessi che vengono forniti annualmente dal ministero della sanità), qualcuno pignoleggia che i risultati non sono in grado di scattare una foto reale sull’applicazione della 194. L’attuale governo si propone, appena rieletto, di rilanciare una nuova indagine in base ai propri parametri.

Noi raccogliamo questo “preoccupazione” e lanciamo una controinchiesta per rilevare:

se è in atto un tentativo di de-potenziamento della legge istitutiva dei consultori (legge 405/75) e della legge IVG (legge 194/78);
se sono favoriti, attraverso finanziamenti pubblici, i consultori privati, l’associazionismo cattolico

DIFENDIAMOCI DALLE INGERENZE POLITICHE E CLERICALI CONOSCENDO E USANDO I NOSTRI SPAZI PUBBLICI.


Il consultorio è luogo di informazione su sessualità e salute della donna e dell’adolescente con la
PARTECIPAZIONE, la CONSULTAZIONE e il CONTROLLO DIRETTO
delle utenti attraverso l'ASSEMBLEA DELLE DONNE.

Per l'autodeterminazione e autonomia di scelta sessuale e procreativa delle donne.
Per un’informazione laica su temi sanitari e psicologici, individuale e collettiva, sulla sessualità e la contraccezione.
Per una procreazione responsabile e libera.
Per consultori con adeguati finanziamenti, personale numeroso, specializzato e non precario, materiali informativi, giusta considerazione.

LISTA CONSULTORI ROMA MUNICIPI E RECAPITI

1.

Via S. Martino della Battaglia, 16 Tel. 06/77305515

Ex Via Arco del Monte c/o Ospedale Scarpetta (Lungotevere di fronte all'Isola Tiberina) – Ginecologia Tel. 06/773060

2.

Via Arno, 42 Tel. 06/85232225 - 226 - 287

Via Salaria, 140 Tel. 06/8559976

3.

Via Boemondo, 21 Tel. 06/44244991 - 06/84483405

Largo degli Osci, 22 Tel. 06/4453694

4.

Via Dina Galli, 3 Tel. 06/87284645 – 646 – 642 - 639

Largo Rovani, 5 Tel. 06/87284846 – 808 – 847 - 848

Via Farulli, 6 Tel. 06/8816840 - 06/8812030

5.

Via S. Benedetto del Tronto, 9 Tel. 06/4102780

Via di Pietralata, 497 Tel. 06/41730066

6.

Via dei Condottieri, 34 Tel. 06/2757140

Via Herbert Spencer, 282 Tel. 06/2155143

Via Casilina, 711 Tel. 06/2428025

7.

P.zza dei Mirti, 45 Tel. 06/41435870

Via Resede, 1 Tel. 06/2410300

Via Manfredonia, 43 Tel. 06/2598972

Via di Tor Cervara, 307 Tel. 06/2283683

8.

Via delle Canapiglie, 88 Tel. 06/266282

Via di Torrenova, 20 Tel. 06/2013901

9.

Via C. Denina, 7 Tel. 06/7821459

Via Iberia, 75 Tel. 06/7002799

Via Monza, 2 Tel. 06/51006518

10.

Via Gasperina, 308 Tel. 06/7235665

Via dei Levii, 10 Tel. 06/7615549

Viale B. Rizzieri, 226 Tel. 06/41434012

11.

Via dei Lincei, 93 Tel. 06/5115696

Via Montuori, 5 Tel. 06/5120017

12.

Via N. Stame, 162 Tel. 06/50795660

Adolescenti: Via N. Stame, 135 Tel. 06/5074083

13.

Lungomare Paolo Toscanelli, 232 Tel. 06/56483024

Via del Poggio di Acilia, 62 Tel. 06/52360379

14.

Maccarese: Via Castel S. Giorgio, 225 Tel. 06/6679195

15.

Via della Magliana, 256 Tel. 06/5500493

16.

Via B. Avanzini, 39 Tel. 06/66156315

Via della Consolata, 52 Tel. 06/66152847

Via Colautti, 28/30 Tel. 06/588854131

17.

Via Angelo Emo, 13 Tel. 06/68354406

Adolescenti: Via Angelo Emo, 11 Tel. 06/68354406

18.

Via Cornelia, 114 Tel. 06/6240352

Via Silveri, 8 Tel. 06/633714

19.

Via Gasparri, 21 Tel. 06/68354203

Piazza S. Maria della Pietà, 5 Tel. 06/68352856

Via Nerviano, 43 Tel. 06/3096390

20.

Via S. Godenzo, 204 Tel. 06/68354310

Cesano: Via G. Miotto Tel. 06/3038739

Che cos’è un consultorio?


I consultori pubblici sono organismi dipendenti dalle ASL che svolgono un servizio di assistenza medica cui il cittadino può accedere gratuitamente e senza alcuna richiesta del medico di famiglia. Per usufruire dei servizi messi a disposizione dai consultori, gli utenti adulti devono prenotarsi anche mediante telefonata mentre per gli adolescenti non è prevista alcuna prenotazione.

La legge n. 34/96 prevede un consultorio familiare ogni 20.000 abitanti, con una distinzione tra zone rurali e semiurbane (1 ogni 10.000 abitanti) e zone urbane-metropolitane (1 ogni 20.000-25.000 abitanti). In Italia esistono oggi 2.600 consultori di cui 2.300 circa sono stati istituiti dalle Regioni e 300 sono "liberi". Di questi ultimi 151 sono aderenti alla Confederazione italiana dei consultori familiari di ispirazione cristiana e 60 all'altra principale organizzazione cattolica, l'Ucipem. I restanti sono sorti per iniziative di associazioni e di gruppi sociali di orientamento laico e di ispirazione cattolica.

Il consultorio familiare svolge attività di prevenzione e di assistenza per la salute della donna nelle varie fasi della vita; fornisce consulenze sulla vita sessuale e sulla contraccezione al singolo e alla coppia, visite ginecologiche, pap-test, corsi di preparazione al parto, assistenza alla gravidanza, certificazione I.V.G. (Interruzione Volontaria della Gravidanza).

Alla donna in gravidanza vengono fornite tutte le informazioni utili riguardanti i diritti spettanti in base alle leggi statali e regionali e sui servizi sanitari, assistenziali e sociali forniti dalle strutture operanti nell’ambito del territorio.

Il consultorio pediatrico svolge attività di prevenzione e di assistenza per la salute del bambino, affiancando l’attività dei pediatri di libera scelta. Comprende controlli di salute, consulenze di puericultura, attività di diagnosi precoce e vaccinazioni.

Il consultorio per adolescenti svolge attività di prevenzione e di consulenza anche in campo di educazione sessuale per i ragazzi tra i 14 e i 20 anni, collaborando con le scuole presenti sul territorio.

Il consultorio di neuropsichiatria infantile e psicologica fornisce prestazioni di diagnosi, terapia e riabilitazione a minori con problemi psicologici e/o con handicap, anche in relazione alle pratiche per l’inserimento scolastico.

Per lo svolgimento delle sue funzioni il consultorio si avvale, di norma, delle seguenti figure professionali:

- ginecologo, pediatra, psicologo, dei quali si può prevedere un impiego corrispondente al carico di lavoro determinato dalle strategie di interventi di prevenzione e dalla attività svolta per l’utenza spontanea;

- ostetrica, assistente sociale, assistente sanitario, infermiere pediatrico (vigilatrice di infanzia), infermiere (infermiere professionale);

- devono essere previste, in qualità di consulenti, altre figure professionali quali il sociologo, il legale, il mediatore linguistico-culturale, il neuropsichiatra infantile, l’andrologo e il genetista presenti nella ASL a disposizione dei singoli consultori.